Salta al contenuto

Gadget e tech

Reso e rimborso per acquisti da inserzioni social: i tuoi diritti

Diritto di recesso, tempi di rimborso e reso per gli acquisti nati da un'inserzione TikTok o Instagram: cosa ti spetta e come chiederlo davvero.

di Redazione VistoSuiSocial ·

Hai comprato da un’inserzione, il pacco è sul tavolo e il dubbio in testa: posso rimandarlo indietro? Sì. Per gli acquisti online hai 14 giorni per ripensarci e restituire quello che hai ordinato, senza dover spiegare perché. Lo dice il Codice del Consumo, articoli 52 e seguenti, e vale anche se il prodotto lo hai visto per la prima volta in un video. Poi ci sono le eccezioni, e conviene conoscerle prima.

Quanti giorni hai davvero (e da quando si contano)

Quattordici giorni, e il conto parte da quando ricevi la merce, non da quando la ordini. Se il pacco arriva il 3 del mese, hai tempo per comunicare il ripensamento fino al 17. È il cosiddetto diritto di recesso, e non richiede una motivazione: puoi restituire il prodotto perché è difettoso, perché non ti piace il colore o semplicemente perché ci hai ripensato. La legge non ti chiede conto della ragione.

Un dettaglio che quasi nessuno conosce e che gioca a tuo favore. Se il venditore non ti ha informato in modo chiaro del diritto di recesso al momento dell’acquisto, il termine non è più di quattordici giorni: si allunga parecchio. È una delle poche norme pensate apposta per punire chi vende senza dire le cose come stanno, ed è utile tenerla a mente quando compri da un sito che di informazioni ne dà poche.

Attenzione a una cosa: i quattordici giorni riguardano la comunicazione del recesso, cioè il momento in cui dici «voglio restituirlo». La spedizione fisica del pacco può avvenire nei giorni successivi. L’importante è muovere il primo passo, il messaggio al venditore, dentro la finestra.

Una domanda ricorrente riguarda i saldi e le offerte. Il recesso vale anche sui prodotti in sconto: aver pagato meno non toglie nulla al diritto di ripensarci. Cambia solo la cifra che ti torna indietro. Ti rimborsano quello che hai versato davvero, non il prezzo di listino barrato che compariva nell’inserzione, e questo è giusto: quel prezzo alto, quasi sempre, non lo hai mai pagato.

Recesso: come si esercita in pratica

Si esercita con una comunicazione scritta e tracciabile, punto. Non serve un avvocato, non serve un modulo speciale: basta una email o un messaggio in cui dichiari, senza giri di parole, che eserciti il diritto di recesso su quell’ordine. La cosa importante è che resti una prova: usa la email, o il modulo di contatto se il sito ne ha uno, e conserva tutto.

Un modello pronto, da copiare e adattare:

Oggetto: Recesso ordine n. [numero]

Con la presente comunico di esercitare il diritto di recesso ai sensi dell’art. 52 del Codice del Consumo per l’ordine n. [numero] del [data], relativo a [prodotto]. Vi chiedo di indicarmi l’indirizzo a cui restituire il prodotto e di procedere al rimborso di quanto pagato, comprese le spese di consegna, sul mezzo di pagamento utilizzato. In attesa di riscontro, [nome e cognome].

Sul rimborso vale una regola precisa. Il venditore deve restituirti quanto hai pagato, incluse le spese di spedizione iniziali, entro quattordici giorni dalla comunicazione del recesso, come stabilisce l’art. 56 del Codice del Consumo. Può trattenere il rimborso finché non riceve indietro la merce o finché non gli dimostri di averla spedita, e su questo è nel suo diritto.

Chi paga la spedizione del reso

Le spese per rispedire il prodotto sono a carico tuo, salvo che il venditore abbia detto il contrario. È l’aspetto che sorprende di più: il rimborso ti copre quello che hai pagato all’acquisto, comprese le spese di consegna che avevi sostenuto, ma il costo per rimandare indietro il pacco lo metti tu, a meno che il negozio non si sia impegnato ad accollarselo.

Cambia tutto quando il prodotto è difettoso o non corrisponde a quello che avevi ordinato. In quel caso non stai esercitando un ripensamento, stai facendo valere una garanzia, e le spese del reso non sono più affar tuo. La distinzione conta: «ci ho ripensato» e «mi avete mandato un prodotto rotto» seguono due strade diverse, e la seconda è più conveniente per te. Se il pacco arriva danneggiato, fotografa tutto prima di aprirlo del tutto. E conserva la ricevuta della spedizione di reso: è la prova che il pacco è partito, e serve se il venditore tarda a confermare di averlo ricevuto.

Prodotti esclusi dal recesso

Alcune categorie di prodotti restano fuori dal diritto di recesso, e la legge le elenca all’articolo 59 del Codice del Consumo. Le più frequenti negli acquisti da inserzione sono tre. I prodotti sigillati per motivi igienici o di protezione della salute, una volta aperti: pensa a un integratore, a un cosmetico monodose, a un articolo di intimo a contatto con il corpo. I prodotti realizzati su misura o personalizzati. I beni che si deteriorano in fretta.

Fai attenzione al primo caso, perché è il più subdolo. Un integratore o una crema, finché il sigillo è intatto, si può restituire. Aperto, no, perché non è più rivendibile per ragioni igieniche. Se hai comprato qualcosa che ti sta a contatto con la pelle o che si ingerisce, e non sei sicuro di volerlo tenere, non rompere il sigillo finché non hai deciso. È l’errore che chiude la porta al reso.

Un caso che genera confusione è quello delle confezioni multiple. Se hai ordinato tre barattoli di integratore e ne apri uno, i due ancora sigillati restano restituibili, quello aperto no: il diritto di recesso si applica pezzo per pezzo, non all’ordine in blocco. Vale lo stesso per un set di cosmetici, dove quello che è ancora chiuso torna indietro e quello che hai provato resta con te. Prima di aprire tutto in una volta, decidi cosa vuoi davvero tenere.

Venditore extra-UE: cosa cambia

Cambia la parte pratica, non quella teorica. Se il venditore ha sede fuori dall’Unione europea, le tutele europee valgono comunque quando il negozio si rivolge attivamente al mercato italiano, ma farle rispettare a distanza è tutta un’altra faccenda. Un’email di recesso a un’azienda con sede a diecimila chilometri, senza una partita IVA europea e senza un rappresentante in Italia, rischia di cadere nel vuoto.

Qui la nostra opinione è netta: con un venditore extra-UE il tuo diritto più concreto non è il recesso, è il metodo di pagamento. Se hai pagato con carta o PayPal, la strada per riavere i soldi passa dalla contestazione dell’addebito, non dallo scambio di email con un ufficio che non risponde. Prima di ordinare da un sito che non dice dove ha sede, questo è il ragionamento da fare, non dopo.

Il venditore non risponde: escalation in 3 passi

Se scrivi e nessuno ti risponde, non ti arrendere al primo silenzio: muoviti su tre livelli, in ordine. Primo, insisti per iscritto e fissa una scadenza: manda un secondo messaggio in cui dai un termine ragionevole per il rimborso e citi il tuo ordine e la data del recesso. Serve a costruire la prova che le hai provate tutte.

Secondo, attiva il metodo di pagamento. Con carta chiedi alla banca la procedura di contestazione dell’addebito, con PayPal apri una controversia dall’area riservata entro i tempi previsti dal servizio. È qui che, nella maggior parte dei casi, i soldi tornano indietro davvero. Terzo, se l’importo lo giustifica, valuta i canali di tutela del consumatore, dalle associazioni ai sistemi di risoluzione delle controversie online. Sono più lenti, ma esistono.

Le stesse mosse valgono se hai pagato e non è arrivato niente. In quel caso il tempo lavora contro di te: prima apri la contestazione, meglio è. Gli schemi con cui certi siti spariscono dopo l’incasso li abbiamo raccolti nella guida alle truffe dei prodotti visti su TikTok, che è la lettura da fare per riconoscerli prima di pagare. E se stai ancora decidendo come pagare un ordine, la differenza tra contanti alla consegna e carta la trovi spiegata nella guida al pagamento alla consegna. Un limite onesto va detto: con un venditore all’estero che si è volatilizzato, nessuna di queste strade garantisce l’esito, e chi ti promette il contrario ti sta illudendo. Queste sono informazioni generali, non una consulenza legale sul tuo caso specifico.

Domande frequenti

Il recesso vale anche col contrassegno?

Sì. Il diritto di recesso dipende dal fatto che l’acquisto sia a distanza, non dal modo in cui hai pagato: contrassegno, carta o bonifico, i quattordici giorni ci sono comunque. La differenza è nel rimborso. Con carta o PayPal riavere i soldi è più semplice; con il contante versato al corriere dipende interamente dalla correttezza del venditore, perché manca lo strumento della contestazione dell’addebito.

Devo rimandare indietro anche la confezione?

Conviene, ma la legge non ti obbliga a restituire tutto intatto nel cellophane. Puoi aprire e provare il prodotto quanto basta a valutarlo, come faresti in un negozio: se lo maneggi oltre e ne riduci il valore, il venditore può trattenere una somma corrispondente alla diminuzione. Rimandalo nella confezione originale, con gli accessori: riduce le discussioni e ti mette dalla parte della ragione.

E se il prodotto è difettoso invece che semplicemente sbagliato?

Cambia strada, e in meglio per te. Un prodotto difettoso o non conforme a quello ordinato rientra nella garanzia legale, non nel recesso: le spese del reso non sono più a carico tuo e puoi chiedere la riparazione, la sostituzione o il rimborso. Documenta il difetto con foto e video appena apri il pacco, e nella comunicazione scrivi chiaramente che il prodotto è difettoso, non che hai cambiato idea.

Il venditore è cinese: ho tutele?

Sulla carta sì, quando il sito si rivolge al mercato italiano. Nella pratica farle valere a distanza è difficile, e la tutela più efficace diventa il metodo di pagamento: con carta o PayPal puoi contestare l’addebito e recuperare i soldi anche quando l’email di recesso resta senza risposta. Se un venditore non dice dove ha sede, consideralo un segnale prima di ordinare, non un problema da affrontare dopo.

Da leggere anche