Salta al contenuto

Cucina

Spremuta d’arancia: come farne una che vale davvero la pena bere

Le arance giuste stagione per stagione, il momento in cui spremerle, come si conserva il succo se serve e come si pulisce lo spremiagrumi in un minuto.

di Redazione VistoSuiSocial ·

Spremiagrumi Portatile

Una spremuta buona non è un caso fortunato: è la somma di tre cose che puoi decidere tu. L’arancia giusta, il momento in cui la spremi e il tempo che passa fra il bicchiere e il primo sorso. Metti a posto quelle, e il succo che ti ritrovi davanti non ha niente a che vedere con quello che si compra già fatto. La differenza si sente al primo assaggio, e c’è anche un motivo chimico per cui è così.

La vitamina C ama la fretta, e questo gioca a tuo favore

L’acido ascorbico, cioè la vitamina C, è una molecola delicata: si ossida a contatto con l’aria, teme la luce e non ama il calore. È il motivo per cui il succo appena spremuto è nel suo momento migliore, e il motivo per cui un succo che ha passato settimane in uno scaffale, pastorizzato e imbottigliato, parte già svantaggiato. Il calore della pastorizzazione intacca proprio la vitamina C, e il tempo fa il resto.

Tradotto in pratica: la spremuta è uno di quei rari alimenti in cui «fatto adesso» ha un vantaggio misurabile, non solo romantico. Un bicchiere di spremuta fresca porta all’incirca 80-100 mg di vitamina C, cioè copre il valore di riferimento giornaliero usato nelle etichette europee. E la vitamina C, secondo la formula che la normativa UE autorizza, contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario e alla normale formazione del collagene. Nessuna magia, nessuna promessa: un buon alimento che fa il suo mestiere, dentro una dieta varia.

Questo è anche il vero argomento a favore dello spremiagrumi tenuto a portata di mano invece che nell’armadio. Se spremere costa trenta secondi, la spremuta la fai. Se costa quindici minuti fra montaggio, fatica e lavaggio, finisci per comprare il brik.

Le arance giuste, stagione per stagione

Non tutte le arance sono fatte per essere spremute, e sceglierle bene è metà del risultato. Le arance da spremuta sono più piccole, con la buccia più sottile e una resa di succo molto più alta di quelle da tavola, che sono selezionate per gli spicchi belli e sodi.

Da dicembre ad aprile arrivano le arance rosse italiane, Tarocco, Moro e Sanguinello: succo pieno, dolce e con quella punta acidula che rende la spremuta interessante invece che stucchevole. Il Tarocco, in particolare, è tra le arance più ricche di vitamina C che si trovino al banco. In primavera e all’inizio dell’estate tocca alle tardive come la Valencia, più chiare ma molto succose, che tengono bene la stagione calda. Le Navel e le Washington, le classiche arance bionde da tavola, si spremono benissimo: vanno bevute subito perché tendono a diventare amarognole dopo un po’ nel bicchiere, il che, per una volta, è un incentivo che ti fa comodo.

Al banco la regola è semplice: prendi in mano il frutto e valuta il peso. Un’arancia pesante per la sua dimensione è un’arancia piena di succo. La buccia deve essere soda ed elastica, senza zone molli. Se è leggera e la buccia cede sotto le dita, dentro c’è più aria che succo.

Come spremere e ricavarne di più

Le arance rendono di più a temperatura ambiente: quelle appena uscite dal frigorifero sono più rigide e rilasciano meno succo. Se le tieni al fresco, tirale fuori qualche minuto prima. Il trucco della nonna funziona ancora: fai rotolare l’arancia sul piano di lavoro premendo con il palmo, e le vescicole del succo cedono prima. Poi taglia a metà nel senso perpendicolare agli spicchi, che è come si appoggiano sul cono.

Quanto alle quantità, due o tre arance da spremuta danno un bicchiere pieno da circa 200 ml, ma dipende molto dalla succosità del frutto. Con le arance da tavola più grandi ne bastano spesso due.

Un ultimo dettaglio che cambia il sapore: la spremuta va bevuta con la sua polpa. Filtrarla con un colino toglie proprio la parte più interessante, quella che dà corpo e che porta con sé un po’ di fibra. Se non ti piacciono i filamenti, un filtro grosso basta e avanza.

Se proprio devi conservarla

Il momento migliore per bere una spremuta è appena l’hai fatta, e questa è la ragione per cui uno spremiagrumi veloce vale il suo posto sul piano di lavoro. Ma se ti serve prepararla in anticipo, ci sono modi giusti per farlo.

Usa un contenitore di vetro, riempilo fino all’orlo (meno aria resta dentro, meglio è), chiudilo bene e mettilo in frigorifero, al buio. Così il succo tiene bene nell’arco delle ventiquattro ore. Qualche goccia di succo di limone aiuta: è un antiossidante naturale e rallenta l’ossidazione. Il congelatore, per chi ha un albero di arance e un raccolto da salvare, è una strada valida: il succo congelato in porzioni si conserva a lungo e si scongela in frigorifero.

Lo spremiagrumi che ti fa fare la spremuta davvero

Lo strumento decide se la spremuta finisce nel bicchiere o resta un buon proposito. Quello manuale a leva funziona benissimo e non ha bisogno di corrente, ma chiede olio di gomito, ed è proprio la fatica a fartela saltare la mattina di corsa. Quello elettrico da banco è comodo, però occupa il piano e va smontato e lavato pezzo per pezzo.

Lo spremiagrumi portatile che abbiamo provato sta nel mezzo, ed è il motivo per cui gira così tanto sui social: senza fili, ricaricabile via USB, spreme in automatico e il succo cade direttamente nel bicchiere, senza caraffe da lavare dopo. Nel nostro test prende 7,5. Il pregio vero, più ancora del motore, è che si smonta e si sciacqua in un minuto: è esattamente quello che fa la differenza fra usarlo ogni giorno e dimenticarlo in un cassetto. Senza fili funziona in cucina come in ufficio, in camper o in giardino, e per la colazione di quattro persone resta più adatto un modello da banco.

La pulizia in un minuto, che è tutto il segreto

La regola è una sola: sciacqua i pezzi subito dopo l’uso, prima che la polpa si asciughi e si incolli. A quel punto bastano acqua corrente e trenta secondi. Il corpo motore, come per ogni apparecchio a batteria, si passa solo con un panno umido e non va mai immerso.

Sembra un dettaglio da manuale d’istruzioni, ma è il punto su cui si gioca tutto: gli elettrodomestici da cucina che scoraggiano il lavaggio finiscono nell’armadio dopo due settimane, e con loro se ne va l’abitudine della spremuta.

Oltre la colazione

La spremuta non è solo una cosa da mattina. Il succo fresco di un’arancia è la base di mezza dozzina di drink analcolici estivi, e con un po’ di ghiaccio tritato della grana giusta diventa qualcosa che si beve volentieri in terrazza: ne parliamo nella guida al ghiaccio giusto per granite e drink. Un’arancia e mezzo pompelmo rosa, un goccio di acqua tonica, ghiaccio, ed è un altro pianeta rispetto al succo del brik.

Domande frequenti

Quali arance sono le migliori per la spremuta? Le arance da spremuta, più piccole e con la buccia sottile, rendono molto più succo di quelle da tavola. Da dicembre ad aprile le rosse italiane (Tarocco, Moro, Sanguinello) danno il succo più pieno; in primavera e in estate le tardive come la Valencia. Al banco scegli i frutti pesanti per la loro dimensione, con la buccia soda ed elastica: sono quelli pieni di succo.

Perché la spremuta si beve appena fatta? Perché la vitamina C si ossida a contatto con l’aria e si degrada con la luce e il calore, quindi il succo appena spremuto è nel suo momento migliore. È anche la ragione per cui una spremuta fatta sul momento parte avvantaggiata rispetto a un succo imbottigliato e pastorizzato, che il calore e i mesi di scaffale li ha già passati.

Come si conserva la spremuta se la preparo prima? In un contenitore di vetro riempito fino all’orlo (così resta poca aria), chiuso, in frigorifero e al buio: entro le ventiquattro ore tiene bene. Qualche goccia di succo di limone rallenta l’ossidazione. In alternativa si congela in porzioni e si scongela in frigorifero.

Quante arance servono per un bicchiere? In genere due o tre arance da spremuta per un bicchiere da circa 200 ml, a seconda della dimensione e della succosità dei frutti. Con le arance da tavola, più grandi, spesso ne bastano due. Un bicchiere così copre abbondantemente il valore di riferimento giornaliero di vitamina C usato nelle etichette europee.

Da leggere anche